Comune di Stanghella

Museo Civico Etnografico

Il Museo Civico Etnografico di Stanghella, suddiviso in varie sezioni, raccoglie un'abbondante e originale documentazione riguardante la colonizzazione umana della Bassa Padovana, territorio che si estende nella fascia compresa tra i Colli Euganei, a nord, l'Adige, a sud, e confina ad ovest con il veronese.
 
Accanto alle sezioni cartografica, delle ceramiche medievali e della preistoria, sono presenti quelle della ruralità, con un'ampia esposizione di oggetti e attrezzature del lavoro e della vita quotidiana, patrimonio della nostra società contadina, fino al momento della totale meccanizzazione agraria.
 
Il Museo offre, a completamento del materiale esposto, anche una nutrita collana di pubblicazioni e ricerche, nonché documenti cartografici, sia antichi che moderni, e manoscritti conservati nel proprio archivio che risalgono fin anche al quattordicesimo secolo.
 

SETTORE DELLA RURALITA'  

SALA DELL'OSTERIA
 
L'osteria, al piano terra, ricrea, con oggetti e arredi provenienti da vecchie osterie locali, quello che poteva essere il luogo di ritrovo, di svago e ristoro più tipico della comunità rurale, luogo d'incontro mondano e alternativo a quello dell'ambiente parrocchiale. Lì si discutevano gli accadimenti del giorno, si giocava a carte, si beveva, si mangiava, lì sostavano viandanti, carrettieri e commercianti ambulanti, lì potevano nascere violente risse, magari dopo qualche bicchiere di troppo.
 
L'arredo è costituito da lunghi tavoli fratini del '600 con sedie impagliate, botti di varie dimensioni, quadri vecchi, una rete da pesca (degagna), varie lucerne, una credenza con vetrinetta, le gramole da pane e oggettistica varia.
 
SALA DELLE OFFICINE RURALI
Nel quadro agricolo che si venne a delineare nella Bassa dopo le grandi bonifiche veneziane, diventò sempre più significativo l'apporto del bracciantato e della manodopera specializzata nei vari lavori della corte, della stalla, della scuderia e di conseguenza sempre più rilevante il supporto da parte dell'artigianato locale consistente nelle officine del fabbro, del carradore e del maniscalco. Queste necessità portarono anche a stabilirsi nella Bassa nuovi gruppi familiari provenienti dalle zone montane, ed in particolare dall'altopiano di Asiago, come si può constatare scorrendo i registri parrocchiali cinque-seicenteschi dei morti, dei battezzati e dei matrimoni in varie parrocchie .
 
La sala in cui vengono ricostruite le botteghe dei mestieri portanti della vita rurale si trova sempre al piano terra, di fronte all'osteria.
 
La bottega del fabbro
Nella bottega del fabbro, detto localmente fàvaro o feraro, si lavorava il ferro acciaioso, arroventato sopra la brace della forgia, modellato a colpi di martello sull'incudine e ripetutamente immerso nell'acqua della conca per essere raffreddato e mantenere la tempera. Era un lavoro molto faticoso ma molto creativo, che richiedeva esperienza e abilità, trasmesse di generazione in generazione, da mastro a garzone, talvolta anche a suon di scapaccioni.
 
Il fabbro creava zappe, falci messorie, coltelli, asce, vomeri, forche, ma anche i suoi stessi strumenti di lavoro come chiodi, viti, compassi e calibri e tutto ciò che attiene al materiale ferroso.
 
Accanto al vistoso mantice, la forgia, l'incudine bicorne e la conca trachitica, si trovava il tavolo da lavoro, sempre impregnato di olio bruciato e limatura di ferro, con vari trapani, matrici per filettare le viti, giramaschi, compassi, calibri, chiodaie, presselli, ecc.
 
L'attrezzatura, esposta nella ricostruita bottega, è stata integralmente asportata e rimessa nello stesso ordine del luogo di provenienza, la fattoria della famiglia Centanini di Stanghella, dove era operativa fino all'ultimo dopoguerra.
 

La bottega del carradore
Il carradore ricopriva un ruolo importante nella società rurale, non solo come supporto all'attività agricola, ma per tutta la comunità, in quanto, oltre a fabbricare carri e calessi e mezzi da trasporto vari, assumeva spesso la funzione di carpentiere, data la sua abilità a costruire e riparare infissi di case e stalle, oppure di bottaio o, se la necessità lo imponeva, di semplice falegname.
 
Gran parte del tempo, nella costruzione del carro, era dedicata alle ruote, ognuna delle quali richiedeva almeno cinque giorni di lavoro; il carro, nel suo insieme, almeno cinquanta giorni.
 
Nella ricostruita bottega è disposta l'attrezzatura, rispettando la sequenza di lavoro necessaria alla costruzione del carro. Il materiale è stato quasi interamente donato dalle famiglie Centanini di Stanghella e Dalla Pria di Megliadino S.Vitale. Vi sono due torni, uno a pedale e l'altro a frusta, impiegati principalmente per modellare il mozzo della ruota; il tipico banco da lavoro, con una morsa, un carrello e un sottobanco, è in posizione centrale con sopra diversi utensili. In continuazione vi è un supporto triangolare, ottenuto da una biforcazione di salice, usato per il tracciamento della ruota, e quindi il trabiccolo, un attrezzo per l'infissione dei raggi della ruota; il tutto corredato di altri molti utensili utilizzati nell'assemblaggio del carro, comprese le binde per sollevarlo e una forma in legno per la sagomatura dei parafanghi del calesse.
 
La bottega del maniscalco
 
L'usanza di proteggere gli zoccoli dei cavalli risale a tempi molto antichi, ma la ferratura, e di conseguenza il mestiere del maniscalco, si diffuse nel tardo medioevo. La sua bottega era molto semplice, solitamente lungo la strada.
 
Sul deschetto, collocato nella sala delle officine rurali, sono esposti alcuni tipici attrezzi: striglie, raschietti, diversi tipi di ferri (da cavalli, da muli, da asini, da buoi). Sopra il deschetto è collocata una vecchia insegna di bottega, proveniente dal conselvano.
 

SALA DELLA CARTA DEL "RETRATTO DEL GORZON"  

Quasi tutta la Bassa Padovana, intendendo come riferimento geografico i distretti di Montagnana, diEste e Monselice (rappresentato quest'ultimo parzialmente), è felicemente descritta, in scala alquanto grande (in pertiche padovane ), quasi 1:10.000, nella gigantesca carta catastale cinquecentesca del "Retratto del Gorzone", esposta nell'omonima sala.
 
Essa misura mm 7950 x 3385 ed è formata da 121 rettangoli di carta, incollati su tela di lino. La carta è un restauro e una verifica di un'altra più vecchia, senz'altro della metà del Cinquecento. E' molto precisa nel rilievo dei particolari del territorio del "Retratto del Gorzone", ossia di tutte quelle terre che si dovevano "retrahere terram ab aqua", cioè che dovevano essere bonificate, secondo il progetto presentato ed approvato dal cosidetto "Magistrato dei Beni Inculti." ll "retratto", che si dividerà nell'Ottocento in vari consorzi, comprendeva gli attuali comuni di Montagnana, Casale di Scodosia, Megliadino S. Vitale (parzialmente), Santa Margherita d'Adige (parzialmente), Urbana, Merlara, Castelbaldo, Masi, Piacenza d'Adige, Ponso (parzialmente), Carceri, Vighizzolo, Sant'Urbano, Villa Estense, Este (parzialmente), Sant'Elena (parzialmente), Solesino (parzialmente), Granze, Barbona, Boara Pisani, Vescovana, Stanghella,Pozzonovo (marginalmente), Anguillara Veneta (parzialmente).
 
Lo scopo della carta era di catastare le proprietà, catalogando le capacità produttive dei terreni con colorazioni diverse, secondo la legenda contenuta in un cartiglio riportato. Le scritte riportate entro il disegno delle parcelle indicano la produzione, il proprietario, l'estensione in campi padovani e talvolta la località. Queste indicazioni sono assenti nei terreninon bisognosi di bonifica, mentre negli altri si doveva versare annualmente al cassiere del "retratto " il "campatico", cioè un tanto per campo, completo per i terreni vallivi e gradualmente ridotto per i terreni arativi e piantati, secondo un canone stabilito annualmente dai presidenti del "retratto", in base all'entità dei lavori idraulici da effettuarsi. In tal modo, la superficie tassata era di campi 38.830 ( il campo padovano corrisponde a circa 3862, 5 mq. e si suddivide in 840 tavole).
 
Questa grande carta catastale è conseguente al decreto del Senato Veneto, in data 19 settembre 1545, che contemplava l'elezione annuale di tre provveditori ai Beni Inculti, con il compito di proporre le opere necessarie di bonifica, di reperire il finanziamento, controllandone l'esecuzione. Si passa quindi, dopo la rielezione del 1556 dei provveditori, con l'ordine del Senato di dare inizio ai lavori nei "retratti" del Gorzone, di Lozzo, delle valli di Lendinara, del Bacchiglione, della Battaglia di Monselice e di altri luoghi.
 
Questi interventi ridisegnarono il nuovo ambiente rurale, cambiando i primitivi scenari: scompariva così a poco a poco l'habitat palustre, mentre gli elementi dell'antropizzazione s'imponevano sempre più nel paesaggio (canali rettifili, arginature, chiaviche , ponti-canali , ecc.).
 
La carta del "Retratto del Gorzone" rappresenta l'inizio di questo nuovo assetto, ma mantiene ancora il disegno primitivo del territorio, proponendosi, sia per l'esattezza, sia per la scala ad uno studio approfondito delle modificazioni, diventando pure una preziosa chiave di lettura delle presenze insediative del passato, anche lontano.
 
SALA DELLA RURALITA'
 
Gli oggetti esposti in questa sala non sono di facile reperibilità, in quanto, a partire dall'ultimo dopoguerra, che segna l'inizio del loro declino e della loro inutilità, vengono via via abbandonati.
 
Il loro uso è stato ormai cancellato dalla memoria, per cuiil loro valore documentativo non è da considerarsi meno rilevante rispetto ai reperti definiti "archeologici".
 
Gli oggetti esposti sono di epoche diverse, ma la loro distinzione su base temporale è poco significativa, dal momento che il loro ambiente di collocazione è rimasto immutato per molto tempo; perciò accanto a reperti del novecento, possiamo trovarne altri dell'ottocento o più antichi.
 
Nella sala, un settore è dedicato alla casa e alle attività che vi si svolgevano, dalla tessitura alla preparazione e conservazione dei cibi; un altro raccoglie gli oggetti della stalla e dei lavori nei campi; il settore caccia e pesca espone strumenti e trappole impiegate in una attività che non rivestiva un ruolo meramente sportivo, ma rappresentava più spesso una necessità ed una vera e propria fonte di sussistenza. Non manca, inoltre, un'ampia esposizione di strumenti di misura e di peso.